Le tonnare

 

Agli inizi del XX secolo lungo le coste tirreniche fioriva l'attività delle tonnare e delle tonnarelle, le prime realizzate soprattutto per la cattura del tonno, le seconde, più piccole, dedicate alla pesca del pesce di passo.
La pesca con le tonnare rappresenta un tipo di attività sociale perché coinvolge spesso molti pescatori di una comunità.
Nel mediterraneo le tonnare hanno origini antichissime; alcuni mosaici del III secolo d.C. rappresentano già scene di una mattanza in una tonnara. Nelle acque della Sardegna i romani ne realizzarono alcune, in seguito, nel periodo in cui Genova divenne una delle città marinare più potenti (medioevo), molte delle tonnare situate lungo diverse coste del Mediterraneo e insulari furono gestite da ricchi genovesi.
Le tonnare davano lavoro stagionale a molte persone, soprattutto contadini che coltivavano vicino al mare e che venivano reclutati al momento del passaggio dei tonni. Le prime notizie sull'esistenza di tonnare nelle acque di quella che è oggi l'Area Marina Protetta di "PORTOFINO" risalgono al 1300, periodo nel quale veniva sfruttata una tonnara posizionata tra S. Margherita Ligure e Portofino, al 1603 per la Tonnara di Camogli, che probabilmente ha origini più antiche,  ed al 1608 per un'altra tonnara, utilizzata sino alla seconda metà del XIX secolo, che fu posizionata presso la Punta del Pedale dove ha inizio la zona orientale dell'area protetta. Il toponimo pedale conferma l'esistenza di una tonnara nella zona: il pedale è di solito la rete che guida i pesci verso le camere dell'attrezzo di pesca.
Nel 1608 il Senato della Repubblica di Genova concedette per dieci anni lo sfruttamento di una tonnara proprio nella zona dove è oggi  l'attuale Punta Pedale, a Battista Semino. Dopo alcune controversie tra lo stesso, i pescatori e la popolazione locale, le parti arrivarono ad un accordo, ratificato dal senato il 16 giugno dello stesso anno. Il testo integrale dell'accordo è il seguente: si consenta la tonnara a suddetto Battista a conditione che delli tonni che si prenderanno, se ne debba vendere nel luogo di Rapallo e di S. Margherita quel che sarà bisogno per il luogo: che gli uomini di S. Margherita possino pescare liberamente con le loro reti, spioni, tremagi e rastelli, purché peschino da terra a detta Tonara, e si scostino dalla bocca di detta Tonara per un miglio e mezzo, a segno che non diano fastidio né spaventino li tonni, che non entrino nella Tonara: e se detti uomini di S. Margherita volessero mettere risse di Tonara dietro a detta Tonara, per raccogliere li tonni e pesci che scapassero da detta Tonara, possino mettergliela a loro beneplacito.
Con l'accordo si garantiva quindi ai pescatori della parrocchia di S. Margherita una certa libertà di pesca intorno alla tonnara, mentre si approvvigionavano i mercati locali di un certo quantitativo di tonni o di pesce pescato, a favore della popolazione. Nell'anno 1623 si erano inseriti nel commercio dei tonni alcuni grossisti che rivendevano i tonni al minuto ad un prezzo elevato, senza tener conto delle leggi che definivano i prezzi di vendita. Si arrivò così ad una rivolta dei popolani che minacciarono di buttar a mare il pescato e anche i commercianti e inveirono pure contro i Censori che avevano il compito di far rispettare la legge. Intervenne il Capitano di Rapallo che però non poté far nulla contro i grossisti, in assenza di previsioni di pena sul decreto visto prima (testo in corsivo) che imponeva la vendita di una parte dei tonni a S. Margherita e Rapallo. Per risolvere la questione fu quindi richiesto di provvedere al Senato della Repubblica di Genova.
L'uso della tonnara di Punta Pedale, negli anni che seguirono, venne affidato a diverse persone; vi furono inoltre periodi di inoperosità della stessa. Spesso, come abbiamo visto, nascevano forti contrasti tra la popolazione e chi sfruttava l'attrezzo di pesca, che cercava di ricavare il maggior profitto a danno proprio della popolazione locale.
Alcuni dati del 1787 ci danno un idea di quanto potesse pescare quest'attrezzo; il 18 marzo infatti  catturò 220 tonni. Il 30 aprile 1810 la tonnara catturò invece 150 tonni. Si trattava a dir la verità di pesche miracolose, che si ripetevano a distanza di molto tempo l'una dall'altra.
Di questa tonnara, rimasta in funzione sino al 1875, oggi rimane solo un lontano ricordo e, come già detto, il toponimo Punta Pedale.
Ben diversa la situazione dell'unica tonnarella rimasta oggi in Italia, ossia quella di Camogli, inserita nell'Area Marina Protetta di "PORTOFINO".
Le prime notizie della tonnara di Camogli si hanno nel 1603, ma probabilmente le sue origini sono molto più antiche. In quell'anno un  solenne Decreto del Magistrato dei Censori stabiliva che: delli tonni che si fossero presi alla tonnara di Camogli se ne dovesse dare agli abitanti di Camogli e di Recco per loro uso dieci di un rubo,  venticinque di due, sei sino a cento rubi. Il rubo è una misura antica che corrisponde a circa 8 Kg e che,  tra i pescatori di Camogli,   viene usata ancora ai giorni nostri. Questa usanza fu rinnovata negli anni seguenti con altri Decreti.
Un curioso esempio di collaborazione tra Camogli e S. Margherita si ha nel 1618. Alcuni marinai di Camogli fecero società con un certo Benedetto Costa, proprietario di tonnara a Santa Margherita, per gestirla insieme dividendosi i caratti,  ossia le  porzioni di essa.  I Camogliesi si obbligavano a fornire quattordici uomini per far la guardia alla pesca, mentre il Costa impiegava quattro uomini, con la clausola che il primo tonno che fosse entrato nella tonnara sarebbe stato offerto al Santuario della Madonna di Nozarego, a Santa Margherita,  per sciogliere un voto fatto dallo stesso Benedetto Costa.  Un altro Santuario trasse beneficio questa volta dalla pesca della tonnara di Camogli; intorno al 1630 i proventi della pesca servirono in parte per la costruzione del Santuario della Madonna del Boschetto a Camogli che fu eretto sopra una preesistente cappella che ricordava l'apparizione della Madonna,  avvenuta in quella località  il 2 Luglio 1518.
Con i proventi della tonnarella si realizzarono a Camogli anche opere pubbliche e  quest'attrezzo fu in passato  fonte di benessere per gran parte della cittadinanza.
I vari appaltatori dell'attrezzo di pesca ebbero diversi obblighi nei confronti della collettività, come quello che si evince da documenti del 1817 in cui si obbligava il gestore a consegnare tonni gratis al  Municipio.
Dal 1937 o forse anche prima, per mantenere in attività la tonnara, alcuni pescatori si organizzarono in cooperativa con particolari limitazioni: i soci, tra l'altro, dovevano avere una discendenza camoglina da parte di entrambi i genitori.
Questo è solo l'ultimo atto di una storia che da sempre coinvolge uomini e donne che abitavano i  borghi vicino al Promontorio di Portofino e per ultimi ancora quelli di Camogli, che passavano l'inverno a riparare e ad intrecciare nuove reti per poi poterle mettere in mare nella bella stagione, da marzo ad ottobre.  Una volta le reti erano fatte con la lisca, che qualcuno andava a raccogliere, faceva seccare e lavorava; ora non più. Le reti, meno l'ultima parte della camera della morte che è di nylon,  sono in filetto  di cocco (ajengo superiore) che arriva dall'India in balle ruvide e giallastre. 
La pesca con la tonnara, che comprende la lavorazione delle reti, fa parte di una  tradizione Ligure ormai perduta. Oggi come centinaia di anni fa i pescatori compiono gli stessi gesti. Se ne ha un esempio nelle tre foto delle pagine precedenti. Mentre la pesca in mare aperto è diventata sempre più distruttiva e le reti a strascico fanno seri danni ai fondali profondi, nelle attività che si compiono intorno alla tonnarella rimane tutto il fascino dell'antico mestiere del pescatore, profondo conoscitore del mare e delle sue risorse.

 

La tonnarella di Camogli

 

Oggi la tonnarella di Camogli, calata ogni anno nelle acque  vicino a Porto Pidocchio, proprio all'interno della zona C dell'Area Marina Protetta di "PORTOFINO", viene ancora preparata dai pescatori sul molo di Camogli con metodi tradizionali, utilizzando fibre di cocco intrecciate che, in acqua,  vengono rapidamente colonizzate da organismi marini, rendendo così la rete difficilmente individuabile da pesci di passo.
Sino ad alcuni decenni fa  la tonnarella era realizzata, almeno in parte, utilizzando cordami di lisca che, tuttavia, non avevano una lunga durata e divenivano presto maleodoranti.
Questo particolare attrezzo di pesca consente di catturare specie ittiche minori come ricciole, boniti, palamite, sgombri e occhiate e sempre più di rado tunnidi di maggior pregio.
Pare inoltre che nell'ottocento a Camogli esistesse un'attività per la conservazione dei tonni che venivano salati e commercializzati.
Da sottolineare che la pesca con questo attrezzo, sebbene possa evocare lotte cruente tra l'uomo ed i pesci, in realtà rappresenta un esempio di pesca selettiva perché preleva dal mare solo grossi pesci pelagici (che vivono al largo) e occasionalmente si avvicinano alla costa. Non viene fatto nessun danno al fondale dove sono presenti gli ambienti tutelati dall'Area Marina Protetta di Portofino.
Se si trattasse di una pesca distruttiva non avrebbe potuto essere effettuata così a lungo senza far danni in un tratto di mare che ancora oggi è uno dei più ricchi di vita e di specie del Mediterraneo.
Nella primavera del 2017 al contrario a essere danneggiata è stata proprio la rete della tonnarella, da parte di un’imbarcazione che non è stata identificata. Il danno è stato ingente tanto che per quell’anno l’attività di pesca non è stata effettuata.

 

Come funziona una tonnarella

 

Il tonno, anche se ormai sempre più raro,  entra nel Golfo Paradiso arrivando da Ponente e nuotando verso levante, tenendosi sempre vicino alla costa con il  lato sinistro del corpo. È così molto facile sbarrargli il passo con una rete posta trasversalmente al suo cammino, cosicchè  il pesce, credendola un tratto di costa la segue, entrando così nella camera grande della tonnara. Percorre quest'ultima fino a ritornare al suo ingresso ma, non trovando un percorso alla sua sinistra, non può che entrare nelle varie camere fino ad arrivare a quella della morte, da dove non ha via d'uscita e dove il suo destino è segnato.
 
Spunti nel testo tratti da lavori di  Annamaria Mariotti

 

Testimonianze della Tonnarella di Camogli

 

Dietro alla fabbricazione di uno degli attrezzi da pesca più famosi della Liguria, quella “tonnarella” che ha consentito per secoli a molte famiglie di Camogli di sopravvivere grazie ai proventi ricavati dalla pesca, vi sono le esperienze di vita di molti uomini. Tra queste anche quelle di Filippo Peragallo, che si è occupato per anni delle operazioni relative alla “costruzione”della tonnarella e che di seguito, rispondendo alle domande, descriverà le pratiche e le tecniche relative alla realizzazione di questo attrezzo di pesca. Molti termini tra virgolette che si trovano nel testo rappresentano espressioni antiche utilizzate dai pescatori locali e giunte sino a noi attraverso la tradizione orale.
Ricorda ancora quando la tonnarella si faceva con le foglie di lisca raccolte sul Promontorio di Portofino?
Io non lo so di preciso, ma ho sentito numerosi racconti in merito. Anticamente alcuni andavano per lisca sul monte, soprattutto a Cala dell’Oro, e altri facevano il filato di due misure con la lisca. Lo realizzavano a San Fruttuoso nelle fasce in corrispondenza di un casottino che esiste ancora, chiamato proprio “battilisca”. Ci lavoravano in quattro o cinque persone.
Ricorda quando si è deciso di abbandonare la lavorazione della lisca per passare alla fibra di cocco?
Non saprei dirlo con esattezza perché in quel periodo facevo altri lavori. Quando ho iniziato a lavorare nella tonnarella, circa 12 anni fa, ormai da tempo le corde e le reti erano realizzate con fibra di cocco, tutto cocco. In ogni caso con la lisca si realizzavano solo i cavi della tonnarella, mentre la rete era realizzata con una fibra diversa chiamata “cagnea”.
Ogni anno, perché il filato vecchio si deteriora e diventa fanghiglia, la Cooperativa Pescatori di Camogli ordina nuova fibra di cocco in India, dove la preparano  e costruiscono il filato, che viene poi imballato, pressato e caricato sui camion. Arriva in Italia nel Porto di Livorno e da lì il camion della Cooperativa carica il materiale e lo trasporta a Camogli. Qui il filato viene smistato e consegnato a chi lo lavorerà.
Un tempo, nella costruzione delle reti erano coinvolte molte più persone e succedeva che venivano date da fare le parti della rete un po’ a uno e un po’ all’altro e anche ad alcune donne. Ci volevano circa due mesi per realizzare le reti della tonnarella.
Oggi il filato arriva in balle già realizzate e queste vengono affidate a chi dovrà realizzare le parti della rete. Ogni anno vengono inviate anche quattro balle da un quintale e mezzo a San Fruttuoso, dove vengono realizzati i cavi. In ogni balla ci sono da 67 a 68 “asse”, che sono segmenti di filato grezzo in matasse molto pressate.
Chi lavora questo materiale si deve “tirare giù ogni assa” e per far questo occorre sbatterla più volte per terra per  togliere gli attorcigliamenti prodotti dall’essere stata fortemente pressata. Quindi viene travasata nelle “baie”, che sono le conche di plastica usate dai muratori. Poi con questo filato vengono riempite 10-15 “aguggie”. L’aguggia è una  specie di fuso lungo. Ci vuole la mano grossa per afferrare questi gomitoli, ossia le “aguggie” con il filato tutto intorno. Solo allora puoi cominciare a tessere la maglia della rete.
Questa è la procedura per realizzare la rete, una procedura lunga e monotona. Io, a febbraio, sono  già due mesi che tiro maglie.
Ogni anno ci riuniamo per vedere se vale ancora la pena costruire la tonnarella e fino ad oggi si è deciso di realizzarla. Si tratta però di un’operazione sempre più difficile perché siamo in pochi, solo quattro persone, a conoscere le tecniche per realizzare la rete di quest’attrezzo di pesca, e giovani che siano in grado di aiutare in questo lavoro non se ne trovano. Ci vorrebbero ragazzi con voglia di imparare questo mestiere, anche riguardo alle cose da fare in mare perchè l’esperienza serve pure lì quando si è costretti ad uscire la notte, magari con il brutto tempo o il mare in burrasca… Oggi i giovani ci sono, ma lavorano solo nelle operazioni di pesca.”
In che periodo arriva il filato di cocco a Camogli?
Non c’è un periodo preciso, generalmente intorno al mese di ottobre. L’importante è che arrivi per i primi di novembre, altrimenti ne risentirebbe la tonnara. Qui a Camogli ci mettiamo a lavorare il filato almeno in quattro. Alcuni anni ne veniva acquistato più del necessario, così l’anno seguente si disponeva di un quantitativo da lavorare in anticipo prima del nuovo approvvigionamento.
I pescatori non fanno nessuna concia del filato o delle reti?
No, diversamente da altre reti, quelle della tonnara non vengono tinte, perché le fibre di cocco sono già scure.
Dopo sei mesi, soprattutto in superficie per l’effetto del sole e dell’acqua di mare, questa rete inizia a deteriorarsi e si degrada, così va controllata  ed eventualmente riparata, anche attraverso il lavoro di sub.
I primi anni che ho passato in tonnara la rete era più resistente e secondo me si degrada perché oggi il sole è più “forte”. Quest’anno, però, il filato mi sembra particolarmente bello.
Quando ognuno degli addetti ha preparato la “propria” parte, cosa fate?
Quando tutti noi che abbiamo realizzato maglie su maglie tutti i santi giorni abbiamo terminato il lavoro, il presidente della cooperativa ci chiama un giorno prestabilito e ci vediamo tutti sul molo. Come prima procedura bisogna fare i “rumexelli”, precisamente fare i “rumexelli” doppi e i “rumexelli” semplici. Vi spiego perché è una cosa importante: quelli doppi servono per armare la superficie (doppio è più forte), e quelli semplici servono per cucire e fare gli altri lavori.
Ma cosa sono i “rumexelli”?
Sono quel filato che noi tiriamo giù, ma ridotto in matassine per poter lavorare. Immaginate un filo che prendiamo in mano doppio. Prima lo avvolgi in un senso e poi in un altro e formi un gomitolo che riesci a maneggiare, perché con una matassa voluminosa non riesci a lavorare.
Cosa viene realizzato a San Fruttuoso?
A San Fruttuoso vengono fatti cavi e ci lavorano circa 4 o 5 persone. Per chi è della zona e si vuole immaginare quanti sono i cavi quando vengono trasportati basta pensare che qui si è soliti dire che “i sun na barca-a da Loana”, ossia un carico dell’imbarcazione tradizionalmente adibita al trasporto della spazzatura da San Fruttuoso a Camogli, chiamata “Loana”. Nel borgo fanno cavi di tre misure: le “costue”, che sono di due misure, un tipo  più piccolo e uno più grosso, e le “sente”, spesse come un pollice, che servono per armare la rete quando viene assemblata sul molo.
Cosa accade ancora sul Molo di Camogli?
Una delle prime cose che facciamo è il controllo dei cavi principali della tonnarella, chiamati “atti”. In gergo si dice che bisogna “passare tutti gli atti”. Gli “atti” sono cavi grossi che si vedono  ben fissati sul molo tutto l’anno e con tutti i sugheri attaccati. Servono per tenere sospesa la rete in mare. Questi cavi vengono riutilizzati ogni anno. Sono cavi grossi di nylon e occorre controllare che siano in ordine, che abbiano tutti i sugheri e che non siano deteriorati, altrimenti i pezzi vanno sostituiti; in mare sarebbe complicato.
Dopo aver fatto i “rumexelli” si incomincia a lavorare sul molo. Si prende un palo “innocenti” molto lungo, che viene legato e fermato bene, e poi si inizia a fare il primo pezzo. Si attacca per prima una corda di quelle più grandi fatte a San Fruttuoso e si lavora “per lungo” sul molo, immaginando sempre che la rete sarà posizionata in verticale. Questo perché non si può fare altrimenti. Il fondale dove andrà posizionata la rete è profondo circa 40 metri e la rete deve essere lunga altrettanto. Sia all’inizio che alla fine del molo ci sono perni ad occhiello dove si lega bene la struttura. Ogni pezzo di rete è largo 20 maglie da 72 centimetri ciascuna e viene chiamato “ferciu”. Di questi segmenti ne devi aggiungere 20. Alla fine ci sarà un pezzo unito di 400 maglie. A quel punto apri i venti nodi e stacchi il pezzo dal palo e lo fai cadere per terra.
Un bel momento si prendono le “sente”, ossia il cavo meno spesso, e se ne mette una a distanza di due maglie e mezza o tre dal punto in cui sarà armata la rete, perché in questa fase non è ancora armata, ma solo collegata. Un’altra “senta” va distante 4 braccia dalla prima ed un’altra ancora a distanza di ulteriori 4  braccia.
Nella rete ci vanno poi le “costue” che sono i cavi fatti a San Fruttuoso della misura media, che vengono messi per lungo collegandoli ad una traversa.
La “costua” viene tagliata a circa un metro e mezzo e serve per legarci i cavi delle boe.
Ci sono poi altre due fasi di lavoro che sono piuttosto complesse e molto tecniche e che, pur essendo fondamentali, non è il caso di descrivere. 
Quando viene finita la rete?
Di solito riusciamo sempre per marzo, ma la messa in acqua può avvenire anche intorno alla prima decade di aprile. Dipende dagli eventi atmosferici.
La rete è un po’ cambiata negli anni e comunque tutta quella che facciamo serve per il “pedale”, per il “grande” che è il rettangolo di rete che va verso Camogli, e per l’altro pezzo, il più complicato, che passa sotto la barca utilizzata durante la levata. 
Questo ultimo pezzo è il più difficile da realizzare. In corrispondenza della prua della barca si realizza un pezzo diverso dagli altri, lungo 30 metri e largo 90 maglie e non 20 come i pezzi del “grande”. Per chi lo deve realizzare è certamente noioso e faticoso. Sarebbe il “giun” di prua e ci vogliono, dandoci dentro, almeno 16 giorni per realizzarlo.
Il “pedale” è invece a forma irregolare ,perché va dalla tonnarella (circa 40 metri di profondità) verso terra ed è fissato allo Scoglio del Pedale.
Viene quindi il momento che si sono terminate le tre reti. Ora vanno aggiunti tutti i rinforzi per traverso, che sono sei e attraversano la rete a scalare. Se non si mettessero, la rete si distruggerebbe in poco tempo.
Anche i rinforzi sono realizzati dai Sanfertusini. Noi a Camogli dobbiamo cucirli bene alla rete per evitare che questa sia irregolare.
Quando mettete la tonnarella in acqua?
La prima cosa che prepariamo è lo scheletro in mare. Si tratta di posizionare nella zona dove andremo a mettere la rete, le ancore con i cavi. Le ancore a seconda del loro utilizzo sono riunite in gruppi. Ci sono quattro ancore principali, due traversine, una chiave, una “del pedale”, una “sotto la barca della tonnara”, una “dal pallone” (boa dell’Asino), una “grande” e otto “cruxette”.
Poi, quando tutto è pronto a mare, arriva il giorno, sempre indicato dal Presidente della Cooperativa, di imbarcare la rete.
Anche le operazioni di imbarco devono essere precise perché la rete va disposta in modo da poterla calare perfettamente, altrimenti bisogna sbarcare nuovamente tutto il materiale.
Alla fine per queste operazioni ci saranno volute circa tre ore, lavorando in quattro persone.
Posizionare tutta la tonnarella in mare è un’operazione precisa dove si fanno molti sforzi e si resta spesso impigliati nella rete. Poi ci sono pietre o blocchi di cemento da gettare fuori bordo per ancorare la rete al fondo, che sono circa 160. Ma il vero ancoraggio è realizzato con le 19 ancore posizionate (recuperate a fine stagione) in punti strategici e unite alla tonnarella con cavi di acciaio. chiamati in gergo “pamelle”.
Per mettere la tonnarella si lavora contemporaneamente, chi su di una rete chi su di un’altra, a piccoli gruppi. Alla fine a posizionarla si può essere un totale di 13-15 persone.
Una volta che le pietre o i blocchi hanno raggiunto il fondo ed è stata svuotata la barca con la rete e quindi tutto il “cocco” è in mare, viene il momento, magari il giorno dopo, di caricare a Camogli una seconda barca, dove viene posizionata tutta la “lea” (levata), una rete costruita di 6-7 “ferci” di nylon e una volta realizzata in fibre naturali molto più pesanti. Questa è la rete che cattura il pesce e che viene appunto “levata” tutti i giorni.
La barca che porta la rete arriva sino alla barca della tonnarella e qui si iniziano a collegare le reti. Per poter fare il collegamento occorre aspettare una giornata di mare piatto.
Ora ci sono da fare due cose: collegare i boccaporti, che sono di nylon e vanno imbarcati giustamente in modo che combacino bene, e si collegano, legandoli dalla parte di terra e di fuori, nelle “croci” della rete di cocco.
Quest’operazione, che richiede  anch’essa forza, va fatta in due o tre persone e ripetuta in molti punti. I legami vengono rinforzati in modo da resistere al mare.
Una volta che sono collegati i boccaporti, la “lea” e la rete in cocco, due persone per gozzetto risalgono la rete in modo parallelo per “accipullà” legare la rete stessa, maglia per maglia, per circa un centinaio di metri, arrivando in corrispondenza della “camera della morte” della tonnarella.
Anche per le operazioni seguenti occorre molto tempo perché questa parte della rete è fatta a sacco. A questo punto vanno prese alcune parti specifiche della rete e collegate alla barca.
La “lea” posizionata è lunga e profonda e andando verso Punta Chiappa, cioè verso la sua estremità, le maglie si restringono proprio per catturare banchi di pesci più piccoli che altrimenti scapperebbero.
Alla tonnarella vanno ancora messe due cime che si chiamano ritenute, una di prua e una di poppa, che servono quando viene fatta la levata. Queste cime servono anche per tenersi durante la levata, quando c’è vento.
L’operazione di pesca, la levata, che viene eseguita dai pescatori, da aprile a fine stagione, consiste nel tirare la “lea”, posizionata in mare tra la barca principale, sulla quale stanno i tonnaioli, e quella più piccola, chiamata “Asino”, che si trova di fronte alla prima.
 
Con questa intervista è stato raccontato qualcosa di più sul lavoro  artigianale che sta dietro all’immagine delle reti stese sul Molo di Camogli. È una pratica antica, che sta diventando quasi un’attrazione turistica, perché ormai in zona non si vedono più reti stese sui porti, mentre un tempo i pescatori le mettevano ad asciugare e le riparavano sulle banchine. I tempi stanno cambiando. Speriamo che, dopo oltre 400 anni di presenza nelle acque del Promontorio di Portofino, la tonnarella non scompaia per sempre.