Le origini della pesca

 

Non abbiamo prove concrete, costituite da reperti archeologici,  di attività di pesca protostoriche nella zona del Promontorio di Portofino, anche se, in realtà, è  molto probabile che la risorsa mare fosse ampiamente sfruttata dalle popolazioni costiere. Nella sezione approfondimento si osserva come i liguri fossero una popolazione in linea con le altre popolazioni italiche, come ad esempio gli etruschi. In generale si può dire che l'uso di strumenti di pesca sia molto antico e, soprattutto, non molto diverso da quello che ne viene fatto oggi. Esistono ad esempio testimonianze archeologiche di reti utilizzate nel Neolitico per pescare nei laghetti alpini.
Già nel IV millennio a.C. si hanno testimonianze che in Egitto venissero utilizzate reti da molti pescatori. Questo sistema di cattura era certamente essenziale per soddisfare la domanda di pesce in una civiltà così importante.
Sono numerose le prove  giunte sino a noi. Sulla tomba della principessa Idut (VI dinastia), risalente al 2300 a.C. è raffigurata una lenza con quattro ami. Altri reperti egizi del 1500 a.C. testimoniano come già a quel tempo le civiltà più evolute conoscessero tecniche di pesca piuttosto  raffinate.
I primi ami furono probabilmente in osso, sostituiti in alcune zone da quelli in bronzo e in ferro, mentre il filo per le lenze poteva essere di lino ma anche di crine di cavallo o setole di cinghiale, e sufficientemente robusto da sopportare il peso e gli strattoni del pesce catturato. Tra i primi attrezzi da pesca con molta probabilità figuravano gli arpioni e le fiocine,  simili a lance usate per la caccia a terra. Ancora oggi alcune popolazioni africane e sudamericane utilizzano questo sistema di pesca in mare, ma anche nei fiumi e nei laghi. Tra le prede più vulnerabili e più facili da catturare vi erano certamente i polpi. 
Forse anche prima ma certamente ai tempi dei Romani esistevano le nasse, che erano fabbricate con bacchette di legno (giunco; vimini) e rete in maniera artigianale, tanto che, come riporta Ovidio (alieutica, 1-50) alcuni pesci particolarmente astuti come lo scaro (pesce pappagallo, non presente nelle acque Liguri) pare riuscissero con grandi colpi di coda e con l'ausilio del branco a liberarsi.  All'interno delle nasse venivano messe esche diverse:  polipetti e pesci arrostiti o anche esemplari femminili per attirare i maschi della stessa specie; come nel caso dello scaro, uno dei pesci più ricercati dai Romani. Già allora nella pesca venivano, come oggi, utilizzati falsi richiami, come le piume, o meccanismi che facevano apparire in movimento i piccoli pesci usati come esca.
Lo scaro oggi presente in Italia solo nelle acque di Sicilia e Puglia è un pesce pappagallo mediterraneo che sembra originario della Troade, antica regione turca. Furono i Romani che amavano le sue carni che  provarono  a disseminarne molti esemplari tra Ostia e la Campania affinché popolassero quel tratto di mare.
Il periodo romano coincide con una sorta di regolarizzazione della pesca. Il pescatore si trova così soggetto a diritti e doveri. Si hanno casi di rimborso di reti danneggiate  da navi che avevano accidentalmente  rotto gli ormeggi, o condanne per luci esposte sulle barche la notte che causavano problemi di orientamento ai naviganti. Comunque, mentre la pesca nei laghi  e nei fiumi era soggetta ad imposta, la  pesca nel mare era libera e i pesci diventavano di  proprietà di chi li catturava, in quanto come l'aria e l'acqua anche il mare era un bene comune. Come gli attrezzi anche le tecniche di pesca erano, ovviamente, molto simili alle attuali. Gli ami di bronzo sarebbero poi stati gradualmente sostituiti o affiancati da quelli in ferro che potevano essere utilizzati  poche volte, perché facilmente corrosi, ma che erano tuttavia più resistenti.
Le reti, in alcuni casi piuttosto grandi, venivano tirate con le imbarcazioni vicino a riva e spesso trainate oltre la superficie da buoi. Nel Medioevo la pesca fu certamente influenzata dalla cultura germanica cosicché il pesce d'acque dolci acquistò via via grande importanza nelle mense europee. In questo periodo di grande decadenza e di confusione il diritto romano libertario,  che rendeva la pesca un'attività aperta a tutti venne meno. I diritti dei diversi signori locali a cui il sovrano delegava il possesso di tratti di fiumi, laghi o  mare, consentivano agli stessi di sub-affittare le zone di pesca in cambio di adeguate contropartite (monetarie o naturali), si veda quanto detto nella seconda sezione per l'abbazia di S. Fruttuoso. Solo nei corsi d'acqua minori (torrenti, stagni) era consentito a tutti pescare.
Il pesce assunse nel medioevo estrema importanza in quanto la chiesa imponeva alle popolazioni il rispetto dei giorni di magro, in cui vi era l'obbligo di astinenza dalla carne, intesa in senso stretto. Il pesce divenne così l'importante e essenziale  sostituto di questa, anche perché i giorni di magro variavano da 100 a 150 all'anno; mediamente due o tre giorni la settimana. Nel tardo medioevo vediamo completamente affermati i tipi di pesca odierni. Gli ami sono in bronzo o ferro, le reti diritte e anche a maglie strette, per catturare pesci di piccola taglia come le acciughe. Si usa anche la sciabica, vietata in alcune zone e in certi periodi, vedi anche sezione successiva, perché ritenuta causa principale del depauperamento delle risorse del mare. Si trattava di una pesca praticata da riva che, sino a qualche secolo fa, veniva effettuata quasi da ogni spiaggia.
I pescatori all'incirca sino al 1400 pescavano da riva o non molto distante dalla costa, tenendola a portata di vista, un po' per la paura di quanto poteva celare il mare aperto un po' per riuscire in tempo a sottrarsi agli attacchi dei pirati. Erano eccezioni le migrazioni dei pescatori che potevano trasferirsi in un'altra zona del Mediterraneo aggregandosi a convogli diretti, ad esempio nelle colonie liguri del levante. Più tardi, seguendo i banchi di pesce i pescatori effettueranno migrazioni stagionali, complice anche una nuova tecnica che consente di conservare per lungo tempo il pesce: la salagione. Gli strumenti utilizzati dai pescatori liguri dell'alto medioevo erano canne, scandagli, bilance, nasse, tramagli, palamiti o palangari, le sciabiche e le tonnare. Spesso si pescava anche  con veleni naturali, ricavati da piante della flora locale, che normalmente stordivano o uccidevano i pesci permettendone la cattura.
In Liguria spesso i pescatori erano associati tra loro allo scopo di utilizzare attrezzi e imbarcazioni comuni e allo scopo di aiutarsi reciprocamente dividendo i guadagni. Situazioni di tal genere sono oggi ancora ampiamente diffuse e consentono la sopravvivenza delle imprese di pesca che possono ridurre le elevate spese derivanti dall'attività.