La fine della Repubblica di Genova

 

Dopo il 1673 Luigi XIV di Francia, che aveva imposto la pace tra Genova e Carlo Emanuele di Savoia, cercò di assoggettare la piccola repubblica. In realtà utilizzò i più vari pretesti; impose di salutare le navi francesi che entravano nei porti liguri con salve d'artiglieria e quando ciò non accadde cannoneggiò Sampierdarena  e Sanremo, requisendo arbitrariamente anche diversi bastimenti.
Essendosi Sinibaldo Fieschi rifugiato a Parigi il Re pretese che al nobile fossero restituiti i beni requisiti a suo tempo dalla Repubblica, ma il senato di quest'ultima si rifiutò di accettare quella condizione.  Aspettando da un momento all'altro l'inizio delle ostilità Genova si alleò con la Spagna a scopo difensivo. Non appena informato di ciò Luigi XIV pretese che la Repubblica rompesse ogni accordo e si mettesse sotto la sua protezione.
La proposta del Re di Francia non venne accettata e allora Genova fu sottoposta ad un continuo bombardamento, durato numerosi giorni, finché la flotta Francese non ebbe esaurite le munizioni. L'aiuto dalla Spagna non arrivò mai, così la Repubblica dovette capitolare ed accettare le condizioni imposte dai Francesi; correva l'anno 1685.
Genova divenne così ancora soggetta al dominio straniero, per riacquistare solo tempo dopo una certa autonomia.
La piccola repubblica era soggetta alle brame di potere di diversi regnanti, ed era spesso stato così. 
Era l'anno 1743 quando Maria Teresa D'Austria concluse a Worms un trattato con il Re d'Inghilterra e quello di Sardegna  e a quest'ultimo, come compenso, cedette il Marchesato di Finale, che Genova aveva regolarmente acquistato nel 1713 da Carlo VI. Vane furono le proteste, e Genova quindi si alleò nel 1745 a Francia e Spagna contro gli Austriaci. In breve però il conflitto tra i diversi alleati vide soccombere i franco spagnoli così, nel 1746, Genova fu assediata dall'esercito austriaco che entrò in città. Anche la Liguria ebbe a risentire dell'occupazione. Le eccessive richieste di denaro, oltre quattro milioni di genovini totali una cifra enorme per l'epoca,  formulate dagli Austriaci, comandati dal Generale Botta Adorno figlio di un nobile genovese condannato a morte in contumacia dalla Repubblica, portarono ad una rivolta popolare, originata pare da Giovanbattista Perasso, meglio conosciuto come “Balilla”. La guerra tuttavia continuò, ma finalmente, con l'intervento di truppe Francesi e Spagnole, volse a favore di Genova ed ebbe termine nel 1748 quando gli austriaci vennero battuti definitivamente in quel di Voltri. La Riviera di Levante vide l'invasione delle truppe austriache nei primi mesi dell'anno 1746. Gli ordini erano chiari la popolazione avrebbe dovuto provvedere ad alloggiarli e a sfamarli e a sfamare anche i loro cavalli. In realtà i soldati provvidero  da soli a prendersi ciò che gli serviva, cominciando ad  estorcere con la forza o, nei casi migliori, pagando a prezzo inferiore ciò di cui avevano bisogno. Poi sul finire dell'anno arrivò la notizia dei tumulti a Genova e la rivolta contagiò tutti. Gli Austriaci si ritirarono oltre l'Appennino. Presto però l'assedio ricominciò anche dal mare, dove le navi Inglesi bloccarono il porto di Genova. Ancora una volta il nemico era troppo forte così i genovesi si ritirarono a Recco e i Francesi a S. Margherita, da dove cercarono, con azioni diversive, di attaccare gli assedianti alle spalle. Presto però gli Austriaci si convinsero che Genova non sarebbe mai caduta e cominciarono a ritirarsi, anche gli Inglesi allentarono il blocco cosicché in pieno 1747 i primi bastimenti riuscirono ad entrare nel porto di  Genova carichi di ogni ben di Dio.  La guerra  per Genova era finita.
Alla fine di quel conflitto però quella che era stata la “Superba” al tempo delle Repubbliche Marinare e la sua repubblica, dopo anni di conquiste e potenza sul mare, si era fortemente ridimensionata. Il suo esercito poteva contare su 2418 effettivi. Verso la fine del 1700 si stavano intanto profilando nuove alleanze in Europa. Molto intelligentemente la Repubblica decise di rimanere neutrale ma nel 1796, presa tra gli Inglesi che avevano mandato una flotta nel Mediterraneo per indurre Genova ad allearsi a loro e all'Austria per contrastare un invasione Francese del ponente, e i Francesi che aveva alle porte, finì per allearsi a questi ultimi. Dopo l'alleanza visse ancora momenti tragici di guerra intorno al 1800 e, dopo una gloriosa resistenza a fianco dei Francesi guidati dal generale Massena, dovette cedere all'invasore austriaco. Dopo solo venti giorni però un nuovo esercito francese liberò Genova. 
Nell'anno 1805 Napoleone s'incorona Re d'Italia a Milano. Sull'onda dell'entusiasmo e ancor prima di quell'evento il Senato votò il decreto di unione della repubblica all'Impero Francese. Fu indetto un plebiscito e nelle città e nei borghi venne affisso il seguente avviso che invitava: “Tutti i cittadini maggiori d'anni 20. che pagano un imposizione diretta qualunque, ad emettere il loro voto affermativo o negativo mediante la loro sottoscrizione, coerentemente alla deliberazione del Senato del giorno 25 cadente (25 maggio), entro il termine di due giorni dalla pubblicazione del presente avviso, passato il quale termine tutti quelli che hanno diritto di votare e non avranno votato, s'intenderà che abbiano votato affermativamente". Comunque, nonostante la Liguria in quei giorni decretasse la fine della sua gloriosa repubblica, quello fu un piccolo focolaio di democrazia, seppur non estesa proprio a tutti e con qualche inghippo.
In breve avvenne la colonizzazione francese del territorio. Gli atti pubblici avrebbero dovuto essere redatti nella lingua d'oltralpe, persino gli orologi pubblici sarebbero stati regolati alla francese (le ore si sarebbero contate da un mezzogiorno all'altro e non più da un tramonto all'altro).  La divisione dell'anno prevedeva nuovi nomi e periodi per i mesi per esempio, vendemmiaio (22 settembre - 21 ottobre). Tra le innovazioni derivanti dalla Rivoluzione Francese degna di nota è l'invenzione di un sistema che darà origine al sistema metrico decimale, destinato a soppiantare le diverse unità di misura utilizzate nelle diverse regioni. Nuovamente poi i liguri sarebbero stati coinvolti in guerre che non avrebbero voluto combattere e nella disfatta dell'Imperatore. Le cronache di quegli anni nella Riviera di Levante sono piene di fatti di guerra, di alternarsi di eserciti, di soprusi, ma anche di periodi di relativa tranquillità. Alla fine dell'anno 1812 a testimonianza dell'annessione dei territori liguri all'impero Francese anche Santa Margherita cambiava  nome diventando Porto Napoleone.  
Dopo alterne vicende e lunghi eventi bellici, Genova fu conquistata, nell'aprile 1814, dall' ammiraglio inglese Bentick.  Poco più tardi, nello stesso anno, la città  e la Liguria perdevano
per sempre la loro  indipendenza e venivano annesse al Regno di Sardegna. Val la pena ricordare un fatto: nel 1814 la guerra ormai volgeva al termine, tra il 7 e il 10 aprile gli Inglesi, dopo che i Francesi ormai battuti ebbero lasciato Portofino, vi entrarono come amici e inalberarono sulla fortezza il vessillo genovese. 
Anche negli altri borghi avvenne pressoché la stessa cosa e gli Inglesi vennero accolti al grido di “non più guerra!”
La Liguria da lì a poco sarebbe diventata una regione del regno d'Italia ma non avrebbe perso la sua dignità dando i natali a numerosi patrioti.

 

la bandiera della Repubblica di Genova 

 

Il vessillo della Repubblica di Genova, rimasto invariato per molti secoli. Rimase inalterato anche dopo la Convenzione di Mombello, attraverso la quale Napoleone sanciva la nascita della Repubblica Ligure (1797-1805), ampliata, dopo il Trattato di Campoformio, con feudi liguri a cui rinunciava l'imperatore austriaco. La storia di questa bandiera risale almeno al primo medioevo: riproduce il vessillo di S. Giorgio ed era il simbolo dei pellegrini che si recavano in Terrasanta. A confermare la potenza di Genova e della Liguria sui mari nel 1190 il regno d'Inghilterra chiese dietro compenso di poter usare il vessillo per le proprie navi allo scopo di avere protezione all'interno del Mediterraneo dalla flotta genovese.

La misurazione del tempo


Con la divisione del tempo in ore italiche si faceva iniziare il giorno dal tramonto del Sole, un uso antico, ma che sopravvisse in Italia molto a lungo. In generale si può affermare che l'uso dell'ora italica sopravvisse sino all'occupazione napoleonica del 1797 e nella nostra regione sino all'anno 1806/1807, quando fu sostituita dalla piu` razionale ora francese. Le ore francesi, usate ancor oggi nei nostri orologi, fanno partire il giorno dalla mezzanotte. In alcune parti d'Italia tuttavia, come in alcune province Venete che fecero parte del territorio della Serenissima, pare che le ore francesi fossero in vigore da molto prima, come testimoniano alcune meridiane del seicento che  riportano le linee orarie francesi (che sono quelle ordinarie che vengono tracciate ancor oggi).

 

I Semafori (di R. Buelli)

 

Molti avranno presente come i marinai, da una nave all’altra, riescono a scambiare messaggi muovendo le braccia fermandole in determinate posizioni, spesso tenendo una bandierina in mano per essere meglio visibili. Chissà, forse Claude Chappe nel 18° secolo capì che con quel principio, costruendo delle braccia enormi, era possibile trasmettere messaggi a vari chilometri. E così nacque il semaforo, più precisamente il “telegrafo ottico”, del quale la prima linea sperimentale venne realizzata nel 1793-94 sulla tratta Parigi-Lilla, linea che nel 1810, via Calais e Bruxelles, arrivò sino ad Amsterdam.
Era semplicemente un grande albero verticale che recava alcuni bracci mobili. Ad ogni posizione corrispondeva un numero o una lettera, e per mezzo di apposite tabelle questi numeri corrispondevano a parole, frasi, in un codice “pubblico” o segreto.
Naturalmente è impensabile una qualsiasi utilità di un semaforo solo, che invece era straordinaria se tali congegni erano diversi, disposti sulla sommità di colline ed a distanza ottica l’uno dall’altro, mediamente 12 chilometri. L’addetto al semaforo, “il semaforista”, doveva soltanto porre attenzione ai segnali della stazione che lo precedeva (aveva un buon cannocchiale in dotazione) e ripetere fedelmente i segnali a quella seguente, senza neppure sapere minimamente il contenuto del messaggio. La velocità con la quale viaggiava un segnale elementare, poteva arrivare a 500 chilometri l’ora! L’invenzione piacque moltissimo a Napoleone (anche per il pregio di permettere la trasmissione di messaggi da una località assediata dal nemico), al punto che lo diffuse in tutti i territori conquistati e ne fece sviluppare una versione “mobile” da adoperare durante le manovre militari.
I requisiti per il luogo idoneo all’installazione erano colline non troppo alte e che non avessero altre montagne alle spalle, affinché la sagoma del semaforo si stagliasse bene contro il cielo. Sul Monte di Portofino il semaforo si stagliava certamente bene contro il cielo azzurro, ma il problema era dovuto dal “cappello” di nuvole che troppo spesso causava interruzioni della linea, difetto che lo rendeva l’anello più debole della catena semaforica lungo l’arco ligure.
All’epoca si calcolava che un semaforo, a causa di scarsità di luce, nuvole, nebbia ecc. funzionasse mediamente per 6 ore giornaliere. Si fecero vari esperimenti per applicare lanterne e luci colorate onde trasmettere anche la notte, ma si rivelarono tutti infruttuosi o, almeno, troppo macchinosi. Tra le prime linee realizzate, vi fu la Parigi – Lione, che nel 1805 raggiunse Torino; nel 1806 seguì l’Impero Napoleonico sino a Genova e nel 1807 fu costruita la tratta Genova – Sarzana. Il nostro Semaforo Vecchio si trovava tra Genova e Punta Manara, presso Sestri Levante. Esisteva pure un semaforo intermedio su una collina di Chiavari, il “Monte Telegrafo”. Sulle vecchie piante, la dicitura “monte telegrafo” è ricorrente nei luoghi dove erano issati i semafori, la troviamo anche a Punta Manara e sullo stesso Monte di Portofino.
Nel 1814, scacciato Napoleone, i Savoia sospettosi e poco propensi alle innovazioni sospesero e poi demolirono il sistema semaforico. In altri stati, specialmente in Francia, il telegrafo ottico
continuò il suo servizio sino alla diffusione del telegrafo senza fili. Persino il Conte di Montecristo, nel romanzo di Alessandro Dumas, si servì del telegrafo di Chappe: corrompendo un semaforista, causò il tracollo finanziario di un nemico, inviando false notizie di borsa.
Dopo l’Unità d’Italia, nella riorganizzazione generale del sistema di comunicazioni, verso il 1870 venne creata una rete semaforica costiera, integrata con il telegrafo elettrico. Per problemi sorti nella gestione del servizio, dopo qualche anno la rete ottica costiera italiana venne passata sotto la gestione della Marina Militare. Serviva inizialmente alla sorveglianza del mare e come stazioni meteorologiche al servizio della navigazione (notizie ai naviganti); successivamente ne fu possibile l’utilizzo da parte dei privati.
Le navi che passavano al largo trasmettevano a terra col sistema ottico le notizie che il telegrafo elettrico ritrasmetteva sulla terraferma. Con questo sistema si anticipavano notizie di carattere militare, commerciale e giornalistiche.
L’apparato semaforico adoperato era un po’ differente da quello ideato a fine ‘700 da Chappe: durante il 1800 in Europa ne vennero adottati vari, uno persino con degli specchi al posto delle braccia mobili. Sulla “Guida – Dizionario Ligure” del 1877–78 alla voce “Camogli” viene ancora citato l’impianto semaforico sulla cima del Monte di Portofino, a 610 metri. Una cartolina, databile intorno al 1895, raffigura il Semaforo Vecchio e riporta la dicitura “antico semaforo”; alcune pubblicazioni dell’Albergo del Portofino Kulm databili tra il 1905 ed il 1907 consigliano la passeggiata al Semaforo Nuovo e segnalano la possibilità per i privati di inviare da lì i telegrammi. Possiamo perciò ritenere che il passaggio dal vecchio a nuovo avvenne tra il 1880 ed il 1890. Il Semaforo Vecchio si trovava troppo in alto e, come già detto, spesso avvolto dalle nuvole basse o dalla nebbia. Inoltre, venuta meno la necessità di essere in ottica con i semafori a levante ed a ponente, fu possibile scegliere una posizione più bassa e quasi a picco sul mare, con una visuale ottima per le navi di passaggio.
Dopo alcuni anni le navi iniziarono a dotarsi della telegrafia senza fili. Nel 1912 i 740 superstiti del Titanic, salvi grazie all’S.O.S. lanciato via radio, sfilarono per le vie di New York sino sotto alla finestra d’albergo dove alloggiava Guglielmo Marconi, in segno di gratitudine. In poco più di 100 anni si è conclusa la storia del telegrafo ottico.
Nel XX secolo il Semaforo Vecchio, abbandonato e ridotto a rudere, venne ristrutturato dalla Milizia Forestale negli anni ’30, con l’istituzione dell’Ente Autonomo Monte di Portofino. Il Semaforo Nuovo, passato da telegrafo ottico a stazione radio costiera, funzionò sino agli anni ’50.
Per saperne di più, è consigliata una visita al Museo Marinaro di Camogli, dove è possibile trovare anche la pubblicazione “I semafori di Napoleone” che riporta, tra l’altro, un codice semaforico di quasi 200 anni fa.

 

L’invenzione di Claude Chappe

 

L’invenzione di Chappe consentiva, mediante il diverso posizionamento dei bracci, la trasmissione di 196 tipi di segnali e, come si vede dalla tabella in basso, determinate posizioni definivano lettere dell’alfabeto e numeri.
Ma Claude Chappe non propose al mondo soltanto il “semaforo”, ma anche un  laborioso ed intelligente codice che consente una specie di trasmissione criptata, un’altra idea di questo inventore, o meglio di lui e di suo fratello Ignace.
Nel 1794 i due fratelli scrivono infatti un vocabolario di 92 pagine che contengono ciascuna 92 termini.
Ma come funzionava il sistema? Una serie di segnalazioni preliminari indicava che si stava iniziando una trasmissione, poi, una serie successiva di due posizioni, indicava prima il numero di una pagina  e dopo il numero che la parola che si voleva trasmettere aveva nella pagina stessa. In questo modo i messaggi erano segreti e potevano essere letti solo da chi era in possesso del vocabolario.