Il Medioevo e il potere dell'Abbazia di Capodimonte

 

A partire dall'anno 984 inizia l'ascesa dei monaci di S.Fruttuoso di Capodimonte. In quell'anno infatti il Vescovo di Genova concede loro beni in Portofino, Rapallo e nell'attuale Zoagli, e si impegna nel restauro dell'Abbazia, insediandovi il Primo Abate Benedettino: Leone.
Più tardi in anni successivi i monaci ricevono donazioni di terreni e abitazioni sul Promontorio di Portofino ma anche di terre site in altre zone distanti, nonché elargizioni di somme di danaro e privilegi. Nell'anno 986 il monastero riceve una grossa donazione da Adelagia, che diverrà poi santa, Imperatrice del Sacro Romano Impero e Regina d'Italia. Il motivo di tale gesto risiede nell'intenzione della donna di onorare la memoria del secondo marito Ottone I il grande, e per la grazia ricevuta per la salvezza del figlio Ottone II, scampato ad un naufragio per intercessione di S. Fruttuoso. Con l'atto di donazione i monaci venivano così in possesso della maggior parte del Capodimonte (circa l'attuale territorio del Parco Regionale di Portofino) con il diritto di giurisdizione sugli abitanti della zona. Rientrava nel lascito anche il borgo di Portofino e pare  l'insula Sigestri (la penisola di Sestri Levante).
Nell'anno 994 il Marchese di Liguria, Oberto II che risiedeva in Lavagna e che aveva competenze territoriali sul Promontorio di Portofino, emanò una sentenza a tutela dei privilegi dei monaci, con pene severe per chiunque occupasse i loro possedimenti o vi fosse sorpreso a rubare. Da sottolineare che quello emanato dal Marchese fu un atto sollecitato dai religiosi. Nell'anno 1130 Papa Innocenzo II, salito sul soglio pontificio, conferma al monastero i privilegi previsti dall'atto di donazione di Adelagia, aggiungendone dei nuovi. Da fonti storiche pare che l'atto sia stato falsificato proprio attorno al 1130. La ragione di ciò poteva risiedere nell'esigenza dei monaci di avere la certezza di vedersi confermati privilegi che da secoli vantavano sulle popolazioni locali, privilegi che, molto probabilmente, il Papa avrebbe comunque riconosciuto al monastero, anche senza la contraffazione del documento. Comunque il documento prevedeva, oltre a quanto già indicato,  la concessione del diritto di pesca e di caccia nel territorio del Capodimonte, oltre alla potestà giudiziaria conferita all'abate, con facoltà di imporre agli abitanti il fodro e le collette.  S. Fruttuoso quindi con quello o l'altro mezzo ebbe esauditi i suoi voti raggiungendo così l'apice della sua potenza. In quell'anno vediamo il monastero avere giurisdizione sulle Chiese di Portofino, Nozarego, S. Giacomo di Corte, S. Giorgio nell'isola di Sestri, S. Andrea di Verzi, S. Matteo a Genova, S. Pietro nella valle di Lavagna. Ai monaci spettava la decima su Portofino, su Castelletto d'Orba, su Cicagna,  Lavagna e S. Agata nel Tortonese, ed avevano facoltà di porre e rimuovere i rettori in quelle chiese. Avevano il diritto dei falchi in tutto il Monte e dalla costa di Lurdi a Rovereto, nonché vasti possessi in Sardegna e nella diocesi di Acqui Terme, Tortona e Bobbio. Ancora riserva di caccia e pesca su tutto il territorio del Monte e su tutte le acque da Capodimonte a Paraggi (gran parte dell'attuale Area Marina Protetta di "PORTOFINO"; il diritto di riva a Portofino e l'esenzione dalle decime per i campi e i prodotti di proprietà dei monaci.
Come abbiamo visto la penisola di Sestri Levante apparteneva ai monaci che vi avevano orti e coltivi. Nell'anno 1145 il Comune di Genova si accordò con il monastero per costruirvi una fortezza a difesa del territorio da attacchi deiConti di Lavagna, espropriando la terra necessaria  ed altre terre vicine. Ai monaci il comune riconobbe annualmente una libbra di incenso, mentre coloro che andarono ad abitare, costruendovi una casa, nei terreni vicini alla fortezza riconobbero in cambio una cifra non elevata.
Ovviamente la parte di penisola rimasta ai monaci fu tutelata da eventuali colonizzazioni.
Era però l'inizio di un lento declino del potere dell'abbazia. Nell'anno 1162 ancora un atto Papale conferma i privilegi al monastero, già previsti da Innocenzo II. Accadde infatti che il Papa Alessandro III, in viaggio verso la Francia fece scalo a Portofino per consacrare, nella chiesa di S. Martino, il Vescovo di Luni. Con un'accoglienza degna, l'abate si guadagnò quell'ulteriore compenso. Non servì a molto tuttavia l'atto papale perché quello era un periodo di rivolte.
L'anno 1171 vide Rapallo, che già aveva dato origine al comune intorno al 1150, e Pescino (l'attuale S. Margherita Ligure) un suo quartiere, unite e forti dell'alleanza con il Comune di Genova, muoversi per svincolare Portofino dal monastero di S. Fruttuoso.  La cosa riuscì e il 18 febbraio una sentenza sancì il passaggio degli uomini di Portofino sotto la giurisdizione dei Consoli di Rapallo, anche se rimasero una serie di adempienze sia a carico dei Consoli che della popolazione, a favore del monastero.
Dopo che l'abbazia ebbe perso gran parte dei privilegi si giunse così al 1439 quando un Breve di Papa Eugenio IV aggregava il monastero all'Abbazia della Cervara, e al 1550 quando un altro Breve di Papa Giulio III lo concedeva in giuspatronato alla famiglia Doria, quale riconoscimento per i servigi resi alla chiesa dall'Ammiraglio Andrea Doria, ma a condizione che la famiglia facesse erigere una torre a difesa del borgo.
Intorno al Promontorio, tra l'attuale S. Margherita Ligure e Portofino, nell'anno 1361 fu fondata l'abbazia di S. Gerolamo della Cervara che non ebbe tuttavia mai un gran potere sulla popolazione, anche se ne ebbe sugli altri monasteri liguri. La ragione stava nel fatto che, terminato il periodo oscuro del Medioevo, si era organizzata  una nuova società abbastanza svincolata dal potere ecclesiastico. I monaci di S. Fruttuoso invece, negli anni in cui avevano affermato la loro potenza, si erano trovati di fronte  ad  una società sperduta e disorientata e gli avevano indicato una strada da percorrere, buona o cattiva che fosse.

 

Oberto II e i monaci

 

Oberto II, Marchese di Liguria, nel giorno 24 gennaio 994 di fronte alla chiesa di S. Stefano in Lavagna, alla presenza dei conti di Lavagna, tiene un giudizio ascoltando le rimostranze dell'Abate dell'abbazia di S. Fruttuoso e del giudice e avvocato del monastero stesso.
I due, dichiarando di possedere per conto del monastero una selva, così si espressero: “Domandiamo a Voi, Signore Alberto Marchese, che, a favore nostro e del suddetto pezzo di selva, facciate un bando, che nessuno al mondo osi entrare nel suddetto pezzo di selva a pascolare né tagliare erba, né portar via castagne ed altri frutti” 
Il Marchese fece il bando richiestogli ed in esso fu riportato che:” ...sotto pena di duemila mancosi d'oro nessuno al mondo ardisca...e chi lo farà sappia di dovere pagare i duemila predetti mancosi, da assegnarsi per metà alla camera del Sacro Palazzo e per metà al prefato monastero

 

Le monete medioevali di Genova

 

Nel primo  medioevo il sistema monetario europeo era quello imposto da Carlo Magno. Vi era la libra (lira) d'argento che valeva 20 soldi e ogni soldo valeva 12 denari. Le prime monete coniate a Genova furono i denari d'argento, piccole monete  che rimasero in circolazione quasi per cinquecento anni,  sino al XIV secolo. A questi seguirono le medaglie, del valore di mezzo denaro,  e i quartari, un quarto di denaro.  Il grosso era invece una moneta di valore superiore,  valeva 4 denari sino  ad un'emissione dei primi del 1200 del valore di 6 denari (1/2 soldo). Nel 1252 si iniziò a coniare il Genovino d'oro e, quasi contemporaneamente ma probabilmente poco prima della sua uscita, vennero coniate  anche le frazioni dello stesso: la quartarola o quarto di genovino e l'ottavino, detto anche primo soldo d'oro di Genova: l'ottava parte del genovino.
Il soldo d'oro era molto piccolo, circa un centimetro di diametro e pesava circa 0,43 gr; la quartarola poco più grande aveva un diametro di circa 12 mm e aveva un peso di circa 0,87 gr; il genovino,  ovviamente, pesava quattro volte tanto.
La quartarola fu coniata per disporre di una moneta che consentisse gli scambi con gli Arabi che utilizzavano in Italia meridionale, il tarì o quartiglio d'oro, corrispondente per peso e titolo alla quartarola.  Poteva accadere inoltre che le monete in oro venissero addirittura frazionate per rendere più facili gli scambi commerciali.
Il genovino pesava 3,55 gr ed era in oro puro. Intorno al 1252 cambia la moneta sia dal punto di vista estetico che qualitativo. Infatti il Genovino diventa più leggero, circa 2,60 gr, e l'oro cambia titolo che diventa 958 millesimi. Ciò probabilmente fu dovuto alla svalutazione e per  mantenere sempre il genovino al valore di 8 soldi, o ad uno stato di depressione economica. Poco dopo però per non far perdere il buon nome che la moneta genovese aveva sui mercati internazionali  fu nuovamente coniato un Genovino equivalente a quello tradizionale ed equivalente allo Zecchino di Venezia ed al Fiorino di Firenze. Nel 1415 il genovino leggermente aumentato di peso perde la sua denominazione e diventa ducato.
un genovino d'oro (da Wikipedia)

 

 

Le parole scomparse

 

Il fodro era l'obbligo di alimentare i soldati, l'Imperatore  e tutta la corte in caso di un loro passaggio nel paese, animali (cavalli) compresi. Poteva prevedere anche un tributo in denaro, dovuto dagli abitanti delle campagne quando l'Imperatore attraversava il loro territorio, proprio per contribuire al sostentamento dei soldati e della corte.
 
La colletta o coletta era il tributo richiesto al popolo dal Sovrano in occasioni particolari (vedi anche adiutorio). In occasione  di eventi eccezionali, come  nozze regali o dichiarazioni di guerra a sovrani confinanti, o altro, il Principe imponeva un tributo, generalmente  una  somma prefissata ed uguale per ogni suddito. La somma richiesta doveva essere tale da sostenere le maggiori spese alle quali il regnante era sottoposto.
 
Il ripatico o diritto di riva era una tassa che doveva essere pagata a chi poteva esigerla da chi approdava o sostava sulle rive o anche, come nel caso di Portofino, all'interno di un porto.
 
mancoso o mancuso era il  nome del soldo d'oro, equivalente al soldo bizantino, ricordato nei documenti italiani dal sec. VII al sec. IX. La voce mancoso o mancuso deriva manqush: inciso, coniato.

 

Le Decime

 

Le decime erano le tasse che le famiglie che dipendevano da ogni parrocchia erano tenute a pagare ai loro vescovi e ai loro canonici; ufficialmente per guadagnarsi la vita eterna.
In origine era un tributo che corrispondeva alla decima parte degli introiti e dei proventi economici. La decima che riguarda i monaci è quella ecclesiastica che veniva percepita su tutti i prodotti agricoli e della pesca dei territori posseduti dai religiosi. Le decime furono soppresse in Europa nel secolo XIX.