I segni della Seconda Guerra Mondiale

 

Dopo l'annessione al Regno di Sardegna la storia della Liguria si sarebbe fusa con quella d'Italia. La storia dei borghi locali si legò indissolubilmente quindi  alle sorti del paese. Durante la prima guerra mondiale la regione pagò un tributo in termini di vite umane e questo accadde anche durante  la seconda guerra mondiale, vissuta però in prima persona dalle popolazioni rivierasche. In questo caso vi furono coinvolti: soldati che vennero mandati a combattere in Africa e Russia, popolazione, che dovette fuggire dalle città e fu spesso soggetta a rastrellamenti da parte dei Nazisti, e partigiani.
Recco fu certamente il borgo più colpito. In una delle foto si vede un'immagine della città completamente devastata dai bombardamenti. Il Promontorio di Portofino anche in questo caso si dimostrò, suo malgrado, strategico per la guerra e soprattutto per la difesa della costa.  Vi vennero collocate diverse batterie antiaeree e realizzate costruzioni belliche oggi definite bunker. In mare poi e soprattutto all'interno dell'Area Marina Protetta di Portofino furono posizionate numerose mine, alcune delle quali sono state identificate, sino a pochi anni fa, e recuperate a profondità rilevanti (- 40/- 70 metri).
Oggi di quel terribile periodo rimangono solo, all'interno del Parco Regionale di Portofino, resti delle costruzioni dove erano alloggiate le truppe e i cannoni dell'antiaerea. Tra i monumenti colpiti dalle bombe si ricorda la chiesa di S. Giorgio a Portofino, danneggiata nel 1944 e ricostruita nel 1950.

 

Testimonianze del “tempo di guerra” (di B. Mortola)

 

Anche se ai più giovani può apparire strano, durante i periodi bellici la vita intorno al Promontorio  di Portofino era scandita da ritmi normali. Per dare un’idea di quel che avveniva di seguito sono riportate alcune interviste raccolte nel volume “La voce delle radici” AA.VV. Feguagiskia’ studios Edizioni, Genova 2004 e i testi di alcune video-interviste realizzate nel 2010-2014 dall’Ente Parco di Portofino.

 

“Il bombardamento navale di Genova”

Intervista a Carlo Mortola, abitante di San Rocco di Camogli
“Era il 9 febbraio 1941. Al mattino siamo usciti di casa. C’era nebbia sul mare, e ogni tanto si vedevano delle prue di navi, poi ho visto una nave grande. Non ci abbiamo fatto caso. Io e mia madre andavamo a Messa. All’improvviso abbiamo sentito la prima cannonata. Nello stesso tempo, sul mare, da dove era partito il colpo, abbiamo visto una grande fiammata. Erano le navi inglesi che bombardavano Genova. Hanno bombardato mi sembra fino alle 8,30. Avevano anche gli aerei. Al largo c’erano le portaerei. Hanno bombardato finché hanno voluto. Poi se ne sono andati.
Nel pomeriggio abbiamo sentito alla radio che erano stati intercettati dai bombardieri tedeschi Stukas, ma ormai erano già lontani. Infatti, li abbiamo visti passare gli aerei, andavano verso il Golfo di Lione.

 

“Lavorare alle Batterie”

Intervista a Luigi Molfino, abitante di Camogli
“Ero un ragazzo e aiutavo Pibiri, il fabbro. Insieme a lui aggiustavo i fioretti dei martelli pneumatici che adoperavano per fare le gallerie delle Batterie. Poi, dato che avevo l’udito molto fine - grazie a Dio, ce l’ho ancora oggi – e sentivo gli aerei prima degli altri, mi hanno messo sopra, in alto, di guardia. Quando sentivo il rumore dei bombardieri che arrivavano, suonavo la campana e tutti andavamo a ripararci nel rifugio.”

 

“Il mulo”

Intervista ad Andreina Schiappacasse, abitante di San Rocco di Camogli
“Sotto le nostre case di Via Mortola, giorno e notte, passavano sempre i soldati tedeschi che andavano e venivano dalle Batterie. Avevano anche i muli e una volta un tedesco è caduto con il mulo nel fossato detto “Fussou di Massapelli” (in italiano “Fossato dei Cattivi Scalini”), come dice il nome, si tratta di un punto piuttosto impervio che si trova circa duecento metri prima del punto panoramico con la postazione della sentinella.
Il soldato tedesco è morto insieme alla bestia. È andata bene che era ubriaco e i suoi compagni sapevano che beveva, altrimenti i tedeschi chissà cosa ci facevano.”

 

“La pesca durante la guerra”

Intervista a Lorenzo Gelosi, abitante di San Nicolò di Capodimonte
“Io facevo il pescatore alla Foce (Porto Pidocchio) e devo dire che noi pescatori con i soldati tedeschi abbiamo avuto sempre un buon rapporto. Non ci hanno mai rotto le scatole. Però, sempre, quando uscivano con i gozzi a pescare, dovevamo dirlo,  perché loro facevano la guardia e c’erano le mitragliatrici puntate lì, sopra il mare. C’era un soldato polacco che era un calzolaio e ci voleva un bene! Quando avevamo le scarpe rotte ce le aggiustava lui. Stava sulla Punta Chiappa, nella casa di Baciccia, vicino al Ristorante Stella Maris. Ci aggiustava le scarpe e noi in cambio gli portavamo i pesci.”

 

“I radiolocalizzatori del Semaforo Vecchio.”

Intervista a Renato Mortola, abitante di Camogli
“La sigla di Portofino era TT81. Al Semaforo Nuovo c’era la Marina Militare. Noi invece, come Luftwaffe, eravamo al Semaforo Vecchio. Avevamo in dotazione radio, binocoli, telefoni e i radiolocalizzatori che ci servivano per intercettare le conversazioni degli aerei nemici. Dove c’era il locale della lavanderia, di sotto c’era una casetta con un’antenna alta che usciva fuori dagli alberi. Da dentro la casetta, con un volantino, regolavano la direzione. Ce n’era uno lì e uno dall’altra parte. Venivano utilizzati dai soldati tedeschi. In tutto, tra italiani e tedeschi, eravamo una quindicina. Facevamo soprattutto servizio ai binocoli. I tedeschi che erano con noi avevano una cultura superiore alla media e, oltre al tedesco, sapevano almeno altre due lingue.

Gli aerei americani non hanno mai attaccato il Semaforo Vecchio, probabilmente perché non sapevano cosa c’era, altrimenti non ci avrebbero lasciati tranquilli.“

 

“Nascere durante la guerra”

Intervista a Luigi De Bernardis, abitante di Bana, Ruta di Camogli
“Il giorno che è nata mia figlia io ero in licenza proprio perché doveva nascere lei. Qui fuori della casa, c’erano le mitragliatrici degli Alpini della Monterosa, qui dalla porta e in fondo alla scala. Cercavano gli uomini che non si arruolavano, ma sapevano anche che qui c’era l’olio… ma non l’hanno trovato perché mio padre lo aveva nascosto sottoterra. C’era la levatrice Maddalitta (Maddalena Schiappacasse) che si è affacciata con la cappa bianca e ha detto ai soldati: “Qui c’è una donna che partorisce. Fate silenzio!” E loro hanno risposto che, se non se ne andava, le tiravano una bomba a mano.”

 

“Sale in cambio di farina”

Intervista a Francesco Mortola, abitante di San Rocco di Camogli
“Si è cominciato a fare il sale quando è cominciato a mancare, all’incirca dal 1941. A San Rocco e a San Fruttuoso questo lavoro lo facevano in tanti, anche le donne.
Invece, giù a Camogli, non lo faceva nessuno perché non c’era la legna. Prendevamo i fogli di zinco dai tetti delle baracche, a furia di colpi di martello li spianavamo bene e poi piegavamo il bordo tutto attorno al foglio. In un posto vicino al mare, tra gli scogli, mettevamo il foglio di zinco sopra quattro mucchi di pietre, ci versavamo dentro acqua di mare e poi sotto ci accendevamo il fuoco. La legna la prendevamo nella zona sopra a dove avevamo il fuoco. Ma poi, dopo un po’, lì di legna non ce n’era più allora dovevamo andare a prenderla sempre più distante. Ne serviva molta di legna, perché il fuoco doveva bruciare a lungo per scaldare l’acqua abbastanza da farla evaporare tutta, fino a che sul fondo dello zinco restava solo il sale. Era un lavoro molto faticoso. Durante la guerra, c’era gente che partiva da qui e portava il sale verso il nord, viaggiando sui treni. I milanesi non volevano più i soldi, perché avevano paura che poi non valessero più niente, ma prendevano il sale e in cambio davano la farina.
Mia sorella Teresa lo ha fatto questo lavoro. A volte capitava, però, che sul treno salissero le Brigate Nere che poi sequestravano il sale e se lo portavano via tutto. Era considerata borsa nera. Tanta fatica e tanto lavoro e si restava con un pugno di mosche in mano.”

 

“Come si viveva in tempo di guerra”

Intervista a Elio Massone, abitante di Ruta di Camogli
“In tempo di guerra sapevano quante persone c’era in una famiglia e il cibo era razionato con la tessera. Per esempio, mi sembra che una persona aveva diritto a due etti di pane al giorno. Anche tutti i prodotti, quello che si coltivava nelle fasce veniva controllato. Quello che si produceva in più bisognava darlo all’”ammasso”. Ci davi l’olio e ti davano una cosa da niente, pochissimo. Allora la gente cosa faceva? Lo nascondeva. Si faceva una grande buca in una fascia e poi si metteva la giara con l’olio lì dentro e si copriva nuovamente con la terra sopra.
Noi facevamo molto olio e mi ricordo che a volte a casa nostra venivano delle vecchiette e chiedevano a mio padre se gli vendeva una bottiglia d’olio e lui la bottiglia gliela regalava perché non avevano niente e gli facevano compassione.”

 

“Il telemetro”

Intervista a Davide Maggiolo, abitante di San Rocco di Camogli
“Mi ricordo che alle Batterie qualche volta mi hanno fatto guardare dal telemetro che c’era sopra la casamatta. Era uno strumento lungo e permetteva di vedere lontano. Si vedevano le case di Genova con i panni stesi alle finestre!”

 

“La guerra sul Monte”

Intervista a Carla Gambarelli, abitante di San Rocco di Camogli
“Mi ricordo che gli operai italiani che hanno costruito le casematte dormivano nelle baracche e nelle tende vicino alla località Mortola, dove noi abitavamo nelle ultime case, poco prima di dove cominciava il sentiero che porta nella Mesana e poi alle Batterie.
Quando andavano via in licenza, lasciavano le lampade (che a quel tempo andavano ad olio) a mio padre e lui provvedeva a riempirle e loro così le riprendevano quando ritornavano ed era buio.
Poi sono arrivati i tedeschi. Non erano cattivi. Noi li rispettavamo e loro rispettavano noi. Non ci hanno mai fatto del male. C’era un polacco che quando vedeva mia sorella che è più giovane di me, diceva che lui in Polonia aveva una figlia uguale a lei.
Quando i soldati tedeschi sono andati via, c’erano due donne di Camogli - di quelle che erano andate dai tedeschi alle Batterie - che erano nella Mesana e piangevano disperate e gridavano. Poi gli italiani le hanno tagliato i capelli a zero.
Mi ricordo i bombardamenti. Vedevo le bombe lanciate dagli aerei sopra Recco. Quando passava l’aereo che noi chiamavamo “Pippetto” (un ricognitore che sorvolava la zona prima dei bombardieri) ci metteva in allarme e noi andavamo sotto, nelle fasce del “Stallìn”. Ma non c’era niente. Andavamo a nasconderci sotto un albero di olivo…”

 

“Le scarpe e gli abiti”

Intervista ad Andreina Schiappacasse, abitante di San Rocco di Camogli
"Le scarpe che portavamo erano artigianali e fatte con la trinella che era corda intrecciata e che serviva da suola e poi sopra veniva cucita della tela cotonina. Per farle bene, si costruivano su una forma di legno. Camminavamo molto e ci duravano di solito sei o sette mesi. Anche gli abiti che avevamo erano fatti con delle stoffa acquistata a Recco, perché costava un po’ meno e poi veniva tagliata e cucita da persone qui del posto. In questo modo venivano fatti a quei tempi tutti gli abiti, anche quelli da lavoro per gli uomini e anche quelli per i matrimoni, anche se allora non erano di sicuro come quelli di adesso…”
 
 

“Fare il carbone”

Intervista ad Arrigo Giuseppe Iozzelli, abitante di Camogli
“Mio padre ha fatto il carbone sul Monte di Portofino, fino a dopo la guerra.
Il carbone si vendeva bene: c’era gente che veniva a prenderselo direttamente sul posto. A quei tempi sul Monte veniva tanta gente.
Non ricordo a quanto veniva venduto. Mi ricordo solo che un chilo di carbone poteva costare come un chilo di pane.
In tempo di guerra non si potevano detenere certe merci come la farina, l’olio, il pane il carbone… e almeno una parte bisognava portarle all’”ammassu” che era un centro dove venivano concentrate le diverse merci per poi essere ridistribuite secondo i bisogni.
Il carbone era una cosa ritenuta utile e, quindi, i carbonai, tranne quelli che erano di leva, non erano richiamati a fare il soldato: bastava che mio padre firmasse una dichiarazione e lui li prendeva volentieri.
Per fare il carbone si usava il legno che c’era, il migliore era la roverella.”

 

“Le esercitazioni”

(Dal diario del soldato tedesco Hans Hill che durante la guerra era di stanza a Punta Chiappa. Il manoscritto del diario è stato a suo tempo donato al Comune di Camogli che lo ha pubblicato. Nel 2014 è uscita la seconda edizione)
 
Quotidianamente, i soldati tedeschi avevano l’ordine di esercitarsi a sparare con le armi in loro possesso.
Per esempio, a Punta Chiappa, intorno alle ore 17, dalle finestre dell’Albergo Stella Maris occupato, i militari sparavano all’impazzata verso il mare, tirando bombe a mano e scaricando i caricatori dei loro fucili, contro un nemico invisibile, avendo a disposizione una grande quantità di munizioni ed esplosivi.
Molto più complesse risultavano le esercitazioni di tiro con i tre cannoni antinave da 152 mm. posizionati nelle tre casematte sovrastanti Punta Chiappa. Per permettere ai cannoni di sparare ad un bersaglio che potesse realmente consentire al personale addetto al pezzo d’artiglieria, di perfezionare la capacità di colpire un obiettivo al largo, era necessario rimorchiare una zattera sulla quale veniva posizionato un bersaglio. Si trattava di una specie di vela di colore bianco, sufficientemente visibile a distanza. Una volta arrivati nei pressi del punto concordato per il tiro utile dei cannoni, la zattera veniva abbandonata dal rimorchiatore, che rientrava in porto. A quel punto i cannoni antinave della Batteria Chiappa, cominciavano a sparare contro il bersaglio. Naturalmente, la navigazione nello specchio acqueo antistante era proibito, e veniva concessa soltanto ad alcuni pescatori  negli orari concordati.
 

Gli ordigni bellici


Durante la seconda guerra mondiale vennero posate moltissime mine nelle acque liguri e numerose intorno al Promontorio di Portofino. 
Gli sbarramenti minati avevano funzione antisbarco e antisommergibile e furono posizionati sia dalla Marina Italiana sia dai Tedeschi. Anche gli Angloamericani con gli aerei riuscirono a lanciare, vicino a La Spezia,  64 mine magnetiche da fondo, per rendere complesso l'utilizzo dell'area portuale. 
Le mine impiegate negli sbarramenti realizzati dalla Marina italiana erano tipo "Bollo" (peso della carica 145 kg.) ed "Elia" (peso della carica tra 120 e 130 kg.), dal nome degli ideatori.
Di solito le mine venivano ancorate al fondale marino. Il sistema consentiva di stabilire in anticipo, prima della messa in mare, la quota a cui doveva trovarsi l'involucro esplosivo. La sfera contenente la carica (fino a 200 kg.) era collegata mediante un cavo metallico ad un carrello appesantito che fissava al fondo tutta la struttura. Il funzionamento poteva essere di vario tipo, ad urto, od a influenza, e la mina munita quindi di uno speciale dispositivo magnetico, acustico o a pressione. Se veniva realizzato uno sbarramento antinave le mine ad urto venivano posizionate ad una profondità indicativa di -3/-4 metri dalla superficie. Se veniva realizzato uno sbarramento antisommergibile venivano posizionate a circa 8 metri. Quelle ad influenza venivano poste a quote superiori ai 10 metri. Le mine  possedevano un sistema di sicurezza che preveniva esplosioni premature durante le fasi di posizionamento. Questo sistema le rendeva efficaci solo dopo un periodo di permanenza in mare. Elemento fondamentale del dispositivo di attivazione erano dei pezzi di metallo chiamati "perni", i quali erano inseriti nei congegni di innesco e impedivano a quelli di funzionare finché l'acqua del mare non li scioglieva  completamente.